lunedì 18 maggio 2009

Un futuro amarissimo, dietro l’ottimismo di facciata

Fonti

Il Sole 24 ore del 06 maggio 2009:

1)"Bernanke: ripresa a fine anno" di Mario Platero pag. 3;

2)"Troppo ottimismo non serve alla ripresa" di Alessandro Merli pag. 12;

3)"Dieci banche USA da ricapitalizzare" di Marco Valsania pag. 3

Il Sole 24 ore del 30 aprile 2009:

1) "Diventerà l'IVA il vero forziere" di Eu. B. (Eugenio Bruno) pag. 5;

2)"La riforma sarà a regime nel 2016" di Eugenio Bruno pag. 2;

3)"Per 12 Regioni partenza "in rosso"" di Dino Pesole pag. 3;

4)"Dopo 150 anni il fisco diventa federale" di Barbara Flammeri pag.3.

Negli ultimi tempi abbiamo rilevato che il sistema sta cercando di muoversi su due direttrici: da un lato quella di minimizzare gli effetti negativi della crisi e di ampliare le aspettative positive e dall'altro di iniziare a programmare il futuro con nuovi assetti politico-istituzionali. Riguardo la prima direttrice c'è da dire che è una necessità del tutto in linea con le priorità di una classe dirigente che vuole dimostrare che questa è stata solo una battuta a vuoto ma che il sistema è sempre in grado di trovare al suo interno le giuste contromisure, tanto da essere considerato insostituibile e, addirittura, non discutibile.

In questo tipo di ottica, e di strategia d’informazione (o piuttosto di manipolazione), anche i dati e le previsioni che di per se stessi sono preoccupanti vengono interpretati in chiave quanto meno possibilista riguardo a una ripresa futura che, pur se in tempi medio-lunghi, porterà l’economia a uscire con certezza, a loro dire, dalle secche attuali. Ecco così che le indicazioni fornite da Bruxelles per il nostro Paese relativamente al 2009 (Pil a -4,4% e rapporto debito/Pil al 113,8%) e per il 2010 (Pil a +0,1% e rapporto debito/Pil al 116,1%) vengono definite “buone” dal Ministro Tremonti che dice "Ci riconosciamo nei numeri europei e apprezziamo le parole di elogio per l'operato del Governo".

Negli USA sulla stessa linea ottimistica si esprime anche il Governatore della FED, Ben Bernanke, che si è detto soddisfatto dell'esito degli “stress test” sulle banche americane: su 19 istituti analizzati "solo" 10 hanno bisogno di nuovi capitali! Nell’imbastire la sua difesa d’ufficio, inoltre, Bernanke si è anche richiamato all'andamento delle scorte di magazzino che, scese nel corso del primo trimestre del 2009, dovranno essere necessariamente ricostituite nel corso di questo secondo trimestre. Vedremo se queste previsioni saranno rispettate ma intanto non possiamo non sottolineare ciò che scrive, su questo ottimismo a tutti i costi, Alessandro Merli. "Le autorità – si legge nel suo articolo del 6 maggio – non avvicineranno questa normalizzazione con la pubblicazione di scenari forzatamente a lenti rosa, a rischio di essere smentiti, ma con l'adozione di politiche credibili che ricostituiscano le basi per la crescita".

Appunto: il sistema si muove cercando di manipolare l'informazione in modo strumentale ai propri fini. Oltre a questo modo di voler condizionare l'opinione dei cittadini-consumatori, come abbiamo rilevato nel nostro intervento del 30 aprile scorso, si sta cercando di adottare un nuovo modello politico-istituzionale che possa, il più velocemente possibile produrre nuova crescita e far recuperare ai bilanci pubblici, che da questa fase ne usciranno disastrati a causa del super indebitamento, situazioni contabili di maggior tranquillità. In Italia già qualcosa di importante si è mosso in questa direzione. La scorsa settimana, infatti, il Senato ha approvato il cosiddetto "federalismo fiscale". La legge ha ottenuto 154 voti favorevoli, mentre 87 sono stati gli astenuti (tra cui il PD con l'eccezione di tre senatori tra cui Marco Follini) e solo 6 i voti contrari. I voti contrari, particolare da non trascurare, sono dell'UDC.

La riforma, senza entrare nel dettaglio, andrà a regime nel 2016 dopo un periodo transitorio di 5 anni e un iter complesso. Essa ridisegnerà i rapporti tra Stato ed Enti locali circa i trasferimenti di fondi. Da notare che il vero "forziere" della riforma stessa sarà una voce ben precisa: la compartecipazione all'IVA. Questa appare come novità assoluta e uno dei capisaldi, "insieme alla cancellazione dei trasferimenti erariali (tranne a quelli concessi a garanzia dei mutui già accesi) e alla perequazione verticale a favore degli enti a minore capacità fiscale" della riforma stessa in quanto l'IVA non è legata al reddito ma ai consumi. Poiché i consumi, però, sono variabili per definizione, non si capisce come possano assicurare agli Enti Locali l’effettiva e stabile autonomia di entrate, e quindi di spesa, di cui hanno bisogno.

Quella fiscale è una materia molto tecnica, ma diventa centrale per capire che nell’Italia del futuro si mirerà a evitare di attribuire troppe risorse agli Enti locali. Che, invece, dovranno sviluppare una politica più attenta ad evitare sbilanci, allineando i propri costi a quanto si produce. Nell’articolo di Dino Pesole del 30 aprile viene evidenziata la differenza tra entrate tributarie e spesa pubblica in ogni Regione. Ebbene, per il Meridione ne viene fuori un quadro sconfortante. Solo otto regioni spendono meno di quanto producono: Lombardia, Emilia Romagna.,Veneto, Piemonte, Toscana, Lazio, Marche, Friuli. Poi il disastro. A parte Liguria, Abruzzo e Provincia di Bolzano che si trovano in un "quasi pareggio", per gli altri è profondo rosso. Mentre l'unico ente del nord in passivo è la Provincia di Trento, è la generalità del Sud a essere in difficoltà, per non dire di peggio.

È la fotografia di una nazione spaccata in due. Proprio nel Sud, quindi, si giocherà una partita fondamentale per il futuro nazionale, non solo economico ma anche e soprattutto politico. La classe politica italiana dovrà sostenere un banco di prova determinante, sia per se stessa che per le sorti dell'intero Paese, trovando il modo di far superare al Mezzogiorno i suoi vizi consolidati: ma dovrà riuscirci facendo coesistere l’incremento della ricchezza prodotta (e quindi delle entrate) con una politica di estrema attenzione alle spese. Questo difficile, difficilissimo equilibrio dovrà, in ogni caso, essere attuato senza perdere di vista il consenso elettorale: il che conferma l’ipotesi che si decida di ricorrere, come abbiamo già avuto modo di evidenziare, a "dei nuovi personaggi che – non essendo, o non apparendo troppo compromessi col passato – facciano da catalizzatore di un sentimento comune di condivisione".

sabato 28 marzo 2009

LA POLIZIA CATALANA ARRESTA IL ROBIN HOOD DELLE BANCHE

Dae LA HAINE


Enric Duran aveva sottratto 492.000 euro come denuncia contro il sistema bancario, utilizzandoli poi per fondare un giornale di controinformazione

La polizia catalana (Mossos d’Esquadra) ha fermato l’attivista antisistema Enric Duran che è riapparso sei mesi dopo avere annunciato pubblicamente che aveva truffato 492.000 euro a 39 banche in crediti personali ed attraverso un'impresa fittizia.

Come hanno informato fonti della polizia catalana, il giovane attivista è stato arrestato all’Università di Barcellona da agenti dell'Unità Centrale Furti della Divisione di Investigazione Criminale, accusato del reato di truffa continuata.

Enric Duran è riapparso pubblicamente questo lunedì 16, sei mesi dopo la sua truffa alle banche, per annunciare che parte del denaro che ha ottenuto lo ha dedicato ad un nuovo giornale, con 220.000 esemplari in catalano che verranno distribuiti in tutta la regione, e 130.000 in castigliano che verranno distribuiti in tutta Spagna - raggiungendo oltre 400 località in distribuzione - nel quale propone un piano di azione "postcapitalista" per superare la crisi.

Secondo la sua versione, l'attivista aveva deciso di tornare a Barcellona dopo essersi esiliato volontariamente dalla Spagna per evitare che lo fermasse la polizia.

Il giovane ieri faceva presente, che solo quattro banche lo hanno denunciato penalmente e che il giudice aveva archiviato tutte le denunce, anche se la polizia aveva affermato ad ottobre dell’anno scorso, che erano 18 le entità finanziarie che avevano presentato denuncie per i ritardi nei pagamenti dei suoi crediti.

In un articolo che pubblica oggi sul giornale che ha pubblicato Duran dice chiaramente: “non sono tornato per affrontare un giudizio nè per sfuggirlo. Vogliano giudicarmi o no, questo non è importante. Quello che è importante è che è in gioco il nostro futuro. Se sto qui è perché penso che è nell'ambiente che conosco dove posso essere più utile per l'azione collettiva. È qui dove ho più conoscenze."

Il collettivo ha stabilito il 30 di giugno come data affinché "i governi" rispondano alle sue iniziative con una "proposta" di transizione reale verso questo nuovo modello economico. Se non lo fanno, solleciteranno la popolazione che, entro il 17 settembre, "abbandonino i laccEconomiai col sistema capitalista"; per esempio, ritirando tutto il denaro dai conti corenti bancari e smettendo di pagare il mutuo o l'affitto alle agenzie immobiliari.

Titolo originale: "La policía catalana detiene al "Robin de los bancos" al día siguiente de reaparecer"

Fonte: http://www.rebelion.org

giovedì 19 marzo 2009

Individualisti ed Associazionisti

Se e’ vero che al fondo dell’anarchismo c’è sempre il sale dell’individualismo, cioè la rivendicazione dei diritti dell’individuo contro le pretese dello Stato, delle chiese, dei partiti, non sarebbe tuttavia giusto identificare individualismo e anarchismo.

Ad esempio, sul problema dell’assetto sociale di una società anarchica si riscontrano vari e diversi indirizzi : un anarchismo comunista, cioè per la completa comunione dei beni, un anarchismo più moderatamente socialista, un anarchismo genericamente solidarista e infine, nettamente minoritario, un anarchismo individualista. Particolare importanza ebbe il c.d. individualismo antiorganizzatore e, in fondo, un pò di questo anarchismo fu presente in tutte le prese di posizione del movimento anarchico sul problema dell’organizzazione e, più specificatamente, del partito. Ma ad un certo momento, questo motivo polemico cominciò a lavorare come un tarlo contro lo stesso anarchismo di tendenza associativa, a orientamento federalista. Fu negli anni ottanta che si diffuse un anarchismo che prima istintivamente e poi in modo più programmatico razionalizzava questa disorganizzazione di fatto ed avversava qualsiasi forma di associazione generale e permanente. Lentamente il rifiuto dell’organizzazione invase tutto il corpo del movimento anarchico, sicché, quando Malatesta cercò di tirare le fila di un “partito”, sia pure immune da ogni centralismo e impiantato su una base largamente federativa, cozzò contro fortissime resistenze psicologiche. Perciò bisogna distinguere due tempi di sviluppo di questo individualismo : un primo tempo di generica e ancora confusa insofferenza verso certe strutture e procedure e successivamente una precisa formulazione di una dottrina dell’individualismo anarchico. Connessa a questa corrente fu l’individualismo d’azione, in quanto, rifiutato il partito, rifiutato il lavoro di organizzazione, di consultazione, di elaborazione di una politica, rifiutata la presenza nei sindacati, agli individualisti restava come unico mezzo di lotta e di presenza politica l’ “atto individuale”. E dell’atto individuale, l’attentato o qualsiasi altra forma di protesta violenta, essi fecero il perno del loro impegno rivoluzionario. E’ così che, mentre l’individualismo teorico restava ai margini, l’individualismo antiorganizzatore e l’individualismo d’azione confluivano in un’unica corrente : l’anarcoindividualismo. Infatti, fin dai tempi della prima Internazionale, gli anarchici italiani avevano sempre solidarizzato con gli attentatori, sia Passanante che Hoedel e Nobiling, che avevano attentato alla vita dell’imperatore di Germania nel 1878.

Gli anni settanta si chiusero in Italia con i processi alle bombe. Gli anni ottanta furono in Europa tutto un seguito di esplosioni sotto i troni dei monarchi, contro gli edifici o i simboli del potere costituito e contro le persone fisiche che lo rappresentavano.

In Russia il 1° marzo 1881 terroristi della Narodnaja ( i c.d. narodniki, da narod=andare al popolo, ossia i populisti) uccisero lo zar Alessandro I, determinando una strage. In Austria due anarchici, accusati di avere ucciso dei poliziotti, vennero impiccati. In Germania, in seguito ad un fallito attentato contro l’imperatore Guglielmo I, due anarchici, Reinsdorf e Kuchler vennero condannati a morte. Il Reinsdorf, giunto dinanzi al ceppo per la decapitazione, gridò :”Viva l’Anarchia ! Abbasso la barbarie !”.

A Chicago, negli Stati Uniti, in occasione di una dimostrazione operaia, il 4 maggio 1886 parecchi poliziotti restarono sul terreno in seguito all’esplosione di una bomba. Vennero arrestati, come colpevoli, alcuni organizzatori sindacali, quasi tutti di idee anarchiche, e cinque di essi furono condannati a morte. L’11 novembre 1887, quattro di essi salirono sulla forca. Il quinto, si era ucciso in carcere, facendosi esplodere una cartuccia di dinamite in bocca. Furono chiamati i “martiri di Chicago” e divennero subito un tema caro alla propaganda socialista ed anarchica, che dette origine alla festa del 1° maggio.

Si è accennato ad alcuni episodi principali del terrorismo nel corso degli anni ottanta. Tutti questi fenomeni, e molti altri minori, crearono l’ambiente per la genesi e lo sviluppo delle correnti individualiste. Queste correnti teorizzavano l’illegalismo in ogni forma, dalla violenza contro i rappresentanti del mondo ufficiale al furto espropriatore per procurarsi i mezzi finanziari per le loro imprese.

Nell’ottobre del 1889, Malatesta tornò in Europa dopo un lungo esilio in Argentina. A Nizza fondò un giornale, L’Associazione. In Italia non esisteva più la vecchia Internazionale e non esisteva ancora il partito socialista. Malatesta, dunque, intravide la possibilità di richiamare gli anarchici e insieme a loro tutto il movimento socialista italiano, ancora largamente impegnato di anarchismo, intorno ad un programma rivoluzionario, in alternativa alla tendenza parlamentare. Il giornale si propose di essere il portavoce di tale programma e lo strumento di una ripresa organizzativa di cui tutti sentivano la necessità. Il piano d’azione pratico era quello tradizionale e, quanto ai mezzi, non si discostava molto da quello degli individualisti. Tuttavia, Malatesta se da una parte invitava a “profittare di tutte le occasioni, di tutti gli avvenimenti politici, economici e giudiziari, per indurre il popolo a impadronirsi della roba, ad offendere l’autorità, a disprezzare e a violare la legge”, dall’altra raccomandava di “ispirare l’amore, la solidarietà, lo spirito di sacrificio verso i poveri e gli oppressi”. Nessuna concessione al parlamentarismo e all’elettoralismo, cui veniva opposta l’azione diretta dei coscritti che disertavano, dei soldati che si ribellavano, dei fittavoli che non pagavano i canoni, degli scioperanti che imponevano i loro patti ai padroni “con la forza ed il saccheggio”. Questa azione veniva inquadrata in una strategia di rivoluzione armata, da portare avanti con la partecipazione delle masse e con l’obbiettivo della comunanza dei beni : generi di consumo, case, terre, macchine, materie prime, strumenti di lavoro, ecc.

Questa è la prima differenza tra anarchici individualisti ed anarchici associazionisti : i primi volevano l’azione per l’azione, eversiva e distruttrice ; i secondi volevano la rivoluzione che, senza autorità e senza obbiettivi di potere, si presentava come organizzato e responsabile atto politico di trasformazione sociale. La seconda differenza consiste nell’idea di partito che gli associazionisti si proponevano di costituire sul piano nazionale e internazionale e su una base politica molto larga, che comprendesse insieme agli anarchici, anche i socialisti antiparlamentari e comunque tutti i rivoluzionari : un partito con strutture federative e libertarie, ma con i connotati di una organizzazione generale permanente. Gli individualisti rifiutavano la proposta di un partito anarchico e accettavano solo forme di intesa di un gruppo per determinare azioni di propaganda o di protesta (il giornale, l’attentato, ecc.). la terza differenza riguarda il grande interesse che gli associazionisti attribuivano alla partecipazione delle masse all’azione rivoluzionaria, con particolare riguardo al mezzo dello sciopero, in polemica con le azioni di minoranze o di individui che passavano con i loro attacchi sopra la testa delle masse, mancando allo scopo di educarle e sboccando in soluzioni autoritarie.

In questo spirito, si capisce come Malatesta deplorasse sul suo giornale ogni forma di polemica personale e astiosa contro i socialisti e faccia una aperta autocritica della tattica insurrezionale seguita ai tempi dell’Internazionale e portasse avanti un preciso discorso politico.

Il 4, 5 e 6 gennaio 1891 si tenne nel piccolo centro ticinese di Capolago si tenne un congresso nazionale degli anarchici, promosso dal Malatesta. Esso fu il più importante fatto organizzativo dopo la fine dell’Internazionale ed ebbe un pieno successo, non solo per la partecipazione di delegati ma anche perché rispose pienamente agli intenti dei promotori. Insieme a Malatesta, parteciparono anche personalità come Merlino, Molinari, Gori, Cipriani e Agostinelli.

Dal congresso uscì il partito, anzi la federazione italiana di un Partito socialista anarchico rivoluzionario internazionale, la cui estensione ad altri paesi era nei propositi dei suoi fondatori.

Il congresso decise all’unanimità di aderire alla festa del 1° maggio per farne una grande occasione di agitazione sociale e di lanciare un appello ai socialisti e al popolo d’Italia. L’appello, diffuso in tutta la penisola, conteneva un compendio delle idee socialiste e anarchiche :

“Tu credesti nei preti e sperasti in Dio ; ma Dio fu sordo alle tue preghiere e i preti si allearono coi tuoi padroni ed ingrassarono alle tue spalle.

Tu credesti nei patrioti ; combattesti per conquistarti una patria, e la patria ti ha sfruttato, affamato, umiliato. Tu credesti nella libertà ; per la libertà cospirasti e combattesti e la libertà si rivelò amara ironia, che solo ti lascia libero di morire di fame. Tu credesti e credi ancora nei ciarlatani si fanno sgabello di te e saliti in alto ti opprimono, ti irridono, ti sfruttano...

Ancora una volta, rivoltati da te e per conto tuo. Abbatti il governo ; prendi possesso della terra, delle case, delle macchine, dei generi alimentari, di tutto ciò che esiste, ed organizza da te la produzione ed il consumo per il maggior vantaggio di tutti.

Soprattutto, non rinunziare nelle mani di alcuno alla libertà che avrai conquistata.”

Negli anni tra il 1891 e il 1893 Malatesta e Merlino, fra cospirazioni, persecuzioni ed esili, svolsero un intenso lavoro di difesa e di riqualificazione dell’anarchismo socialista ed organizzatore, differenziandolo nettamente dall’individualismo. Merlino, più che Malatesta polemizzò contro l’anarchismo nullista, ponendo francamente il problema di una separazione. Lo spirito critico di Merlino, la sua attenzione costruttiva ai problemi economici e sociali del dopo-rivoluzione, la convinta adesione ad un socialismo fondato al tempo stesso sulla solidarietà e sulla libertà, lo distaccavano nettamente dall’anarchismo individualista e dinamitardo. Anche Malatesta fu molto preoccupato dal diffondersi di tendenze negative, settarie e autodistruttive.

Senza far mancare la propria solidarietà morale agli atti di protesta come gli attentati, egli ne vedeva i limiti e indicava il rimedio all’isolamento in cui il movimento era caduto dopo la fine dell’Internazionale, nella presenza degli anarchici nelle organizzazioni operaie, nelle agitazioni e negli scioperi. Contro gli atteggiamenti “suicidi” degli individualisti, Malatesta delineava una azione di massa, non solo per ragioni pratiche (“la rivoluzione non si fa con quattro gatti”) ma anche per una ragione di principio : perché una rivoluzione libertaria non poteva essere condotta da piccole minoranze alla guida di masse acefale, ma doveva avere le grandi masse come vere protagoniste. Per questo Malatesta invitava i suoi compagni a rituffarsi e ritemprarsi, oltre che nell’organizzazione di partito, nell’associazionismo operaio allora, sull’esempio francese, in grande espansione.

venerdì 6 marzo 2009

La Cina rompe il suo silenzio sull'Afghanistan

AUTORI: M.K. BHADRAKUMAR

Tradutzioni dae Manuela Vittorelli



Nel contesto violento e letale in cui visse e sopravvisse per poi guidare la marcia di Pechino verso un socialismo dai tratti cinesi, Deng Xiaoping aveva motivo di essere cauto. Sull'atteggiamento internazionale della Cina, Deng ebbe a dire: “Osservare pacatamente; fortificare la nostra posizione; occuparsi con calma degli affari; tenere celate le nostre capacità e attendere il momento opportuno; saper mantenere un basso profilo; e mai rivendicare il comando”.

Dunque la Cina non ha mai detto quello che pensa del problema afghano. L'organo del Partito Comunista Cinese, il People's Daily, ha ora infranto quella regola empirica con un editoriale ricco di sfumature.

Naturalmente il momento è critico: il clima della regione che circonda l'Afghanistan minaccia di diventare infernale in men che non si dica. Ma questo non basta a spiegare la scelta dei tempi per un editoriale cinese intitolato “Avranno successo le correzioni alla strategia anti-terrorismo degli Stati Uniti?”

Il contesto è importantissimo. Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha appena concluso un'epocale visita in Cina. Pechino sta chiaramente tirando un sospiro di sollievo per il “senso di certezza” nelle relazioni sino-americane sotto il Presidente Barack Obama. Inoltre Pechino è rimasta affascinata dal fatto che Clinton abbia citato l'antico aforisma cinese tongzhou gongji –“su una stessa barca ci si aiuti a vicenda” – come spirito dei nostri tempi difficili. Questo va ben oltre l'amore severo di George W. Bush, che voleva rendere la Cina uno “stakeholder” nel sistema internazionale.

Tra gli argomenti trattati da Clinton con i leader cinesi ci sarà stato sicuramente l'Afghanistan, tanto più che la sua visita ha coinciso con l'annuncio della decisione di Obama di aumentare il contingente statunitense in Afghanistan.


Statuetta di plastilina raffigurante Hillary Clinton realizzata dall'artista cinese Peng Xiaoping. Foto Reuters.

Pescare nel torbido
Ci sono però altri due sottintesi. Gli Stati Uniti stanno tangibilmente cambiando marcia nella loro politica in Asia Meridionale, come risulta evidente dalla decisione di Obama di nominare Richard Holbrooke rappresentante speciale per l'Afghanistan e il Pakistan. Holbrooke non è nuovo a Pechino.

Evidentemente, all'indomani della recente visita di Holbrooke nella regione, Pechino ha concluso che la relazione degli Stati Uniti con l'India sta entrando in una fase qualitativamente nuova che ha mostrato alcuni segni di attrito. Per Pechino è vantaggioso pescare nel torbido e accumulare ulteriori pressioni sul suo vicino meridionale.

In secondo luogo, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato la scorsa settimana che erano stati estesi gli inviti per l'attesa conferenza sull'Afghanistan della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione), che si terrà a Mosca il 27 marzo. Per Pechino si avvicina il momento di prendere posizione sul problema afghano. I sermoni reticenti non possono più bastare.

La Cina ha un senso di solidarietà con la Russia – o con paesi osservatori della SCO come l'India e l'Iran? Pechino però non può neanche permettersi di dissipare l'attuale slancio di cooperazione con l'amministrazione Obama. E gli Stati Uniti (e i loro alleati) stanno boicottando la conferenza della SCO.

Dunque prossimamente potremmo assistere ad alcuni formidabili equilibrismi di Pechino. L'editoriale del People's Daily ha praticamente sollecitato un ampliamento del mandato di Holbrooke a includere il “problema indo-pakistano”. Certo, non nomina il Kashmir, ma non lascia dubbi sul fatto che proprio al Kashmir stia alludendo: e cioè che gli Stati Uniti dovrebbero mediare per una soluzione a ciò che il Pakistan definisce “una questione centrale” nelle sue tese relazioni con l'India.

L'editoriale cinese dice che il solo aumento del contingente americano in Afghanistan non può contribuire al raggiungimento degli “obiettivi strategici” di Obama, a meno che gli Stati Uniti non stabilizzino l'Asia Meridionale, soprattutto la relazione tra Pakistan e India. Così prosegue l'editoriale:

È chiaro che senza la cooperazione del Pakistan gli Stati Uniti non possono vincere la guerra contro il terrorismo. Dunque per salvaguardare i loro interessi nella lotta al terrorismo nell'Asia Meridionale gli Stati Uniti devono assicurare al Pakistan un clima interno e internazionale stabile e alleviare le tensioni tra il Pakistan e l'India. Ciò rende facile capire perché Obama abbia nominato Richard Holbrooke inviato speciale per l'Afghanistan e il Pakistan, e perché l'India sia stata inclusa nel primo viaggio all'estero di Holbrooke. Di fatto, il “problema afghano”, il “problema pakistano” e il “problema indo-pakistano” sono tutti collegati. (Corsivo mio).

Non sono parole buttate lì. E queste osservazioni poco amichevoli difficilmente passeranno inosservate a Nuova Delhi. I diplomatici indiani hanno fatto di tutto per far sì che l'incarico di Holbrooke non coprisse l'India, benché nei think tank americani e nell'establishment statunitense ci sia una consistente corrente di pensiero che insiste sul fatto che finché il problema del Kashmir resterà irrisolto le tensioni tra l'India e il Pakistan continueranno. Pechino adesso ha fatto il suo ingresso nella discussione. Si esprime apertamente a favore della posizione pakistana.

Il fatto interessante è che Pechino tralascia del tutto la causa fondamentale dell'“anti-americanismo” diffuso in Pakistan, che ha molto a che vedere con l'interferenza degli Stati Uniti negli affari interni di quel paese, soprattutto il sostegno americano alle dittature militari, o con la psiche ferita dei musulmani o con la brutale guerra in Afghanistan. Anzi, l'editoriale cinese tace sulla questione centrale dell'occupazione straniera dell'Afghanistan.

Pechino non può nutrire ingenuità sul fatto che la contrarietà dell'India all'intervento di terzi in Kashmir sia meno acuta dell'allergia di Pechino a tutto ciò che concerne l'opinione mondiale sul Tibet o lo Xinjiang. Una possibile spiegazione può essere che Pechino vede con nervosismo la prospettiva che l'India decida nuovamente di giocare la “carta del Tibet” nell'imminenza del 50° anniversario della rivolta del Tibet, che ricorre il prossimo mese.

In vista di quell'anniversario Pechino sta usando la mano pesante con i nazionalisti tibetani. Si può supporre che intenda avvisare l'India che anche la Cina potrebbe usare una “carta del Kashmir”. Tutto considerato, dunque, gli strateghi indiani dovranno analizzare tutto lo spettro delle motivazioni cinesi che stanno dietro alla richiesta di una mediazione statunitense nella disputa tra India e Pakistan proprio in questo frangente, subito dopo i colloqui tra Hillary Clinton e la dirigenza di Pechino.

Oltre all'India, Pechino vede anche la Russia come un'altra potenza regionale che influisce negativamente sulla strategia statunitense di stabilizzazione dell'Afghanistan. (Tra l'altro, l'editoriale ignora del tutto l'Iran, come se non fosse un fattore di peso sullo scacchiere afghano). L'editoriale scrive: “.... gli Stati Uniti devono cercare di placare la Russia. La regione dell'Asia Centrale, dove è situato l'Afghanistan, era tradizionalmente una sfera di influenza russa... Se le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia mostrano segni di ripresa dopo l'ascesa alla presidenza di Obama, le reazioni russe alla decisione statunitense di incrementare il contingente in Afghanistan sono alquanto oscure”.

Dunque, cosa farà Obama? Pechino esprime la seguente valutazione: “È evidente la determinazione della Russia a non permettere agli Stati Uniti di avere il controllo esclusivo sulla questione afghana. Il modo in cui gli Stati Uniti gestiscono la loro relazione 'collaborativa e competitiva' con la Russia sul problema afghano metterà alla prova la capacità degli Stati Uniti di conseguire i propri obiettivi strategici in Afghanistan”.

Ma la Cina è anche parte interessata nei due contenziosi che affliggono attualmente le relazioni tra Stati Uniti e Russia: l'espansione della NATO in Asia Centrale e il posizionamento del sistema di difesa antimissile degli Stati Uniti. La Cina non può soffrire l'espansione della NATO nella propria sfera di influenza centro-asiatica e si oppone al sistema di difesa antimissile statunitense che demolirà la capacità di attacco nucleare della Cina, che è relativamente ridotta.

Ma, come direbbe Deng, perché rivendicare il comando dell'opposizione a queste mosse statunitensi quando Mosca sta già facendo uno splendido lavoro?

L'editoriale del People's Daily distingue tra gli interessi russi in Afghanistan. Implicitamente, invita Washington a non interpretare la prossima conferenza della SCO come una sorta di coalizione di Cina e Russia. Inoltre, affermando che la chiusura della base aerea di Manas da parte delle autorità kirghize fa parte di “un gioco strategico tra Stati Uniti e Russia”, il People's Daily ha di fatto ridimensionato la prossima conferenza della SCO. Dopo tutto, la ragion d'essere della conferenza è che la situazione afghana rappresenta una minaccia per la sicurezza dell'Asia Centrale. Ma l'editoriale cinese non nomina questo aspetto nemmeno una volta.

Sintetizzando, quello che emerge è che indipendentemente dalla determinazione di Mosca a sfidare il “monopolio [statunitense] sulla risoluzione del conflitto” in Afghanistan, la Cina non si farà trascinare in questi calcoli. Come direbbe Deng, la Cina osserverà con calma e manterrà un basso profilo. Dopo tutto, la Russia si sta facendo strada a forza in Afghanistan e se avrà successo ne beneficeranno non solo la SCO ma la Cina stessa. D'altro canto, se gli Stati Uniti decideranno di ignorare la Russia ne uscirà danneggiato solo il prestigio di Mosca, non quello di Pechino.

Pechino è indispettita dai nuovi fermenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia? Mosca avrebbe motivo di riflettere sul perché il People's Daily abbia scelto di battere sul tasto del risentimento russo per l'influenza statunitense in Asia Centrale in un momento così delicato, proprio quando l'amministrazione Obama ha deciso di non far pesare la chiusura della base di Manas sulle relazioni con la Russia. Il fatto di essere dipinta come “guastafeste” nella strategia di Obama per l'Afghanistan potrebbe mettere Mosca in imbarazzo.

Mano tesa agli islamisti
L'aspetto straordinario dell'editoriale cinese è il riferimento obliquo alla questione centrale dei taliban. Pare che Pechino non abbia di per sé alcun problema se i taliban trovano posto nella struttura di potere afghana nel quadro di una soluzione politica. Fatto interessante, l'editoriale consiglia agli Stati Uniti di essere “pragmatici a proposito delle vere condizioni dell'Afghanistan”. Esprime anche supporto per l'argomento secondo il quale l'Afghanistan è privo di “quasi tutti i prerequisiti della modernità”. Suggerisce inoltre che l'Afghanistan non può essere uno stato unitario.

Questi commenti vanno considerati alla luce della linea di pensiero diffusasi tra le élite statunitensi e britanniche secondo la quale un approccio “dal basso verso l'alto” che comporti la diffusione del potere statale a favore delle dirigenze locali potrebbe essere la risposta ai problemi dell'Afghanistan e il sistema migliore per coinvolgere i taliban nella struttura di potere delle regioni pashtun.

Originale: China breaks its silence on Afghanistan

Articolo originale pubblicato il 25/2/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala:
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7122&lg=it

mercoledì 7 gennaio 2009

TRIBUNALE Criminale per Israele

Il premio Nobel per la Pace, Mairead Maguire, ha scritto al Segretario-generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, e al Presidente dell'Assemblea-generale delle Nazioni Unite, Miguel D'Escoto, aggiungendo la propria voce agli appelli di giuristi internazionali, organizzazioni per i diritti umani, individui, ecc., affinché l'Assemblea generale dell'Onu consideri seriamente la creazione di un Tribunale Criminale internazionale per Israele (ICTI) a seguito delle atrocità israeliane in corso contro il popolo di Gaza e del resto della Palestina.

Il Tribunale Criminale internazionale può essere istituito dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite come "organo sussidiario" in ottemperanza all'art. 22 della Carta dell'Onu.

L'Art. 22 della Carta Onu afferma che l'Assemblea generale delle Nazioni Unite può stabilire tali organi sussidiari quando lo ritiene necessario per l'espletamento delle sue funzioni. Lo scopo del Tribunale Criminale sarebbe quello di indagare e perseguire sospetti criminali di guerra israeliani per danni contro il popolo palestinese.

Maguire ha affermato:

"Nel novembre 2008 visitai Gaza e rimasi scioccata dalla sofferenza della popolazione di Gaza sotto 'assedio' da oltre due anni. Questa punizione collettiva da parte del governo israeliano ha condotto a una grave crisi umanitaria. La punizione collettiva contro una comunità civili, da parte del governo israeliano, viola la Convenzione di Ginevra, è illegale, è un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità.

Invece di proteggere la comunità civile di Gaza e alleviare la sua sofferenza sollevando l'assedio, da dieci giorni (la lettera è del 4 gennaio, ndr), l'esercito israeliano esegue bombardamenti di cielo e mare contro i civili disarmati. Lanciare bombe israeliane contro civili disarmati, molti dei quali donne e bambini, distruggere moschee, ospedali e case, e devastare le infrastrutture di Gaza è illegale e costituisce crimini di guerra. I morti del popolo di Gaza sono ora oltre 600 (680, ndr) con oltre 2.500 feriti (3100, ndr), molti dei quali donne e bambini. Le infrastrutture di Gaza sono state distrutte e la popolazione è tagliata fuori dal mondo – compresi i giornalisti, gli osservatori e gli attivisti umanitari, tutti chiusi fuori da Gaza e impossibilitati a entrare ad aiutare la popolazione.

L'Onu deve sostenere il rispetto dei diritti umani e della giustizia nei confronti del popolo palestinese, prendendo in seria considerazione l'istituzione di un Tribunale Criminale internazionale per Israele, così che il governo israeliano sia ritenuto responsabile di crimini di guerra".

Mairead Maguire (Nobel Peace Laureate)
www.peacepeople.com

mercoledì 31 dicembre 2008

Free Palestina: Israele bombarda e uccide i bambini inermi

sabudu 27/12/08

La tradizione Ebraica è molto rispettosa del giorno di riposo o sabato: oggi, infatti, in Israele é Shabat.
Ma se durante il Sabato non si può fare alcun lavoro eccetera, come il Signore prescrive, poichè giorno di riposo, come mai l'esercito Israeliano bombarda e uccide centinaia di persone e bambini Palestinesi?
Forse per loro il bombardamento preventivo corrisponde a una sorta di spettacolo festivo simile ai nostri fuochi artificiali delle feste paesane?

Free Palestina!

Questo è il motto che vogliamo diffondere e poter realizzare.
E' ora che l'opinione pubblica Europea dedichi più tempo ed energie alla soluzione di un conflitto determinato da un' ingiusta occupazione della terra dei PALESTINESI dovuta alla longa manus Anglo-americana del dopoguerra mondiale.

Non è più sopportabile vedere, da oltre sessanta anni, morire centinaia di migliaia di persone tra cui moltissimi bimbi. Non si possono neanche parzialmente giustificare le stragi Israeliane con un tardivo senso di colpa "occidentale" nei confronti degli Ebrei uccisi nei campi di sterminio Nazisti.

Ciò che ripropone Israele nei confronti dei Palestinesi non sembra il solito gioco delle stragi di ben nota pratica Nazista?

Solidarizziamo con il popolo Palestinese che subisce anche oggi continui attacchi Israeliani!

Basta violenza sull' inerme popolo Palestinese

imprentau dae http://sadefenza.blogspot.com

domenica 7 dicembre 2008

Franz Brentano

Studiò filosofia alle università di Monaco, Würzburg, Berlino (con Trendelenburg) e Münster. Sviluppò un particolare interesse per Aristotele e la filosofia scolastica. Scrisse la sua dissertazione a Tübingen Sul molteplice significato dell'ente in Aristotele. In seguito, Brentano iniziò a studiare teologia entrando al seminario a Monaco e poi Würzburg per prepararsi a diventare un prete cattolico (quale fu ordinato il 6 agosto 1864).
Negli anni 1865 - 1866 scrisse e discusse la sua tesi di abilitazione ed iniziò ad insegnare all'università di Würzburg. I suoi studenti in questo periodo includono tra l'altro Carl Stumpf e Anton Marty.
Tra il 1870 e 1873 Brentano fu coinvolto nella discussione intorno all'infallibilità papale. In quanto contrario a tale dogma, alla fine rinunciò ai suoi voti ed uscì dalla chiesa. In seguito ai suoi stravolgimenti religiosi, anche Stumpf, che stava contemplando una carriera ecclesiastica e studiava al seminario, si distanziò dalla chiesa.
Nel 1874 pubblicò la sua opera più importante: "La psicologia dal punto di vista empirico" e dal 1874 al 1895 insegnò all'università di Vienna. Tra i suoi studenti ci furono Edmund Husserl, Alexius Meinong, Christian von Ehrenfels e molti altri (vedi Scuola di Brentano per maggiori dettagli). Mentre iniziava la sua carriera come professore ordinario, fu costretto ad abbandonare il suo posto e la cittadinanza Austriaca nel 1880 per potersi sposare come ex-prete. Gli verrà concesso di tornare all'università solo come Privatdozent, docente normale.
Dopo il suo ritiro dalla vita accademica, si trasferì in Italia, a Firenze, e dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale a Zurigo dove morì nel 1917.

Opere e pensiero

Intenzionalità
Brentano è soprattutto famoso per aver reintrodotta nella filosofia contemporanea il concetto di intenzionalità, originalmente proveniente dalla filosofia scolastica, nella sua opera Psychologie vom empirischen Standpunkt Psicologia dal punto di vista empirico. Con l'intenzionalità della coscienza o della mente si intende l'idea che la coscienza sia sempre diretta ad un oggetto, che abbia sempre un contenuto. Brentano definì l'intenzionalità come la caratteristica principale dei fenomeni psichici (o mentali), tramite cui essi possono essere distinti dai fenomeni fisici. Ogni fenomeno mentale, ogni atto psicologico ha un contenuto, è diretto a qualche cosa (l' oggetto intenzionale). Ogni credere, desiderare etc. ha un oggetto: il creduto, il desiderato. Dal concetto di intenzionalità egli arrivò ad affermare l'impossibilità di indagare oggettivamente la realtà psicologica al di fuori della relazione che questa intrattiene con il soggetto esperiente. Perciò i fenomeni psichici, secondo l'autore, possono essere colti solamente attraverso l'indagine sull'esperienza interna immediata, attraverso il metodo fenomenologico.